Madre e figlia avvelenate a Campobasso, tutto quello che sappiamo sul giallo

(Adnkronos) - Giallo di Pietracatella, disposti altri esami per risolvere il mistero delle due donne morte su cui le analisi hanno rilevato tracce di ricina, un potente veleno. Domani, martedì 28 aprile, negli uffici della Polizia giudi

A cura di Redazione
27 aprile 2026 13:56
Madre e figlia avvelenate a Campobasso, tutto quello che sappiamo sul giallo -
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(Adnkronos) - Giallo di Pietracatella, disposti altri esami per risolvere il mistero delle due donne morte su cui le analisi hanno rilevato tracce di ricina, un potente veleno. Domani, martedì 28 aprile, negli uffici della Polizia giudiziaria a Campobasso, sarà effettuato l’accertamento tecnico irripetibile sul cellulare di Alice Di Vita, 18 anni, sorella e figlia delle due donne. Come richiesto dalla Procura, alla presenza delle parti, si procederà con l’estrazione della copia forense dei dati presenti sul telefono. Gli investigatori analizzeranno le chat che la ragazza ha tenuto con la madre, la sorella e il padre durante gli accessi delle due donne al pronto soccorso dell’ospedale 'Cardarelli' nelle drammatiche ore che hanno preceduto il loro decesso, anche per riscontrare eventuali responsabilità dei cinque medici indagati per omicidio colposo.

L’inchiesta entrerà così in una fase decisiva. Si tratta di attività fondamentali perché non replicabili, destinate quindi ad avere un peso determinante nella ricostruzione dei fatti e nelle eventuali valutazioni giudiziarie. Mercoledì, a Bari, al centro delle operazioni ci saranno i reperti biologici di Antonella e Sara, già acquisiti. Particolare attenzione sarà riservata ai vetrini dell’esame autoptico, nello specifico alle analisi istologiche, che verranno nuovamente esaminate, alla presenza delle parti, per chiarire alcuni passaggi ancora poco definiti.

L’obiettivo degli esperti è quello di ottenere dati più solidi e scientificamente attendibili, in grado di confermare o rivedere quanto emerso finora. I risultati di questi accertamenti sono attesi con grande interesse e potrebbero orientare in modo significativo il prosieguo dell’indagine. Intanto, la relazione tecnica già acquisita agli atti fornisce indicazioni importanti. Secondo la valutazione peritale, vengono confermate tracce riconducibili ad Antonella e Sara, mentre Gianni Di Vita risulterebbe escluso. Tuttavia, proprio su quest’ultimo punto, c’è l’invito alla cautela: il campione analizzato sarebbe stato prelevato in ritardo e sottoposto a esame in una fase in cui il materiale biologico risultava ormai degradato. Una circostanza che, pur portando a un’esclusione, ne limita la portata probatoria e lascia aperta la necessità di ulteriori approfondimenti. È anche per questo che gli accertamenti in programma assumono un valore ancora più rilevante.

A questo proposito, una nota ufficiale dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani Irccs di Roma, tesa a fare chiarezza sul ‘giallo di Pietracatella’, dopo la diffusione di notizie ritenute inesatte o incomplete. L’istituto, punto di riferimento nazionale per le malattie infettive, ha ritenuto necessario precisare i passaggi relativi alla gestione dei campioni biologici di Giovanni Di Vita, al centro della vicenda: “A seguito delle ultime notizie relative alla vicenda di Pietracatella, avendo rilevato alcune imprecisioni comparse sulla stampa, al fine di evitare speculazioni e ricostruzioni non corrette, si chiarisce che i campioni del paziente Di Vita Giovanni sono stati raccolti e conservati presso l’Istituto secondo modalità specificamente previste e validate per le indagini di microbiologia clinica, che costituivano l’unica tipologia di analisi per la quale l’Istituto era stato formalmente coinvolto. In tale ambito, la conservazione è avvenuta a +4°C per le indagini sierologiche e mediante congelamento a -20°C per gli estratti destinati alle analisi molecolari, in conformità a protocolli standardizzati per lo specifico test di riferimento”. Comunque, allo stato dei fatti, non si può affermare con certezza scientifica che Gianni Di Vita sia stato anche lui vittima di avvelenamento.

Le due donne sono decedute, tra il 27 e il 28 dicembre dello scorso anno, presso l'ospedale Cardarelli di Campobasso, Sara era morta per prima, il 27 dicembre; la madre Antonella la mattina seguente. Il marito e padre Gianni Di Vita era stato nel frattempo trasferito allo Spallanzani di Roma. Determinante si è rivelata anche la telefonata intercorsa tra gli investigatori e i medici dell'ospedale di Campobasso per orientare i campioni da repertare. I valori di laboratorio destarono subito allarme: le piastrine del padre risultavano superiori a 112.000 e la bilirubina totale era elevata in tutti e tre i familiari. “È alta a Sara, ad Antonella. È alta anche a Giovanni Di Vita”, aveva comunicato il medico. "Aumenta sempre di più, ed è indiretta e non coniugata”. Quindi per Gianni la birilubina era alta, ma le tracce di ricina non sono state trovate: un giallo nel giallo.

Il 28 dicembre, la Scientifica aveva effettuato un sopralluogo nell'abitazione di famiglia. Gli investigatori avevano trovato funghi e vongole nei frigoriferi di casa, ma al momento del sopralluogo non era ancora chiaro se quei cibi avessero giocato un ruolo nella vicenda. Tracce di ricina, negli alimenti, nessuna. Quindi le due donne e forse Gianni, avevano consumato fuori di casa gli alimenti contenenti la ricina?

La svolta decisiva arriva con la conferma dell’avvelenamento dalla Tossicologia clinica di Pavia. La relazione del Centro antiveleni Maugeri, trasmessa alla Procura di Larino, ha messo nero su bianco ciò che finora era rimasto nel campo delle ipotesi: un quadro compatibile con una grave intossicazione da ricina per le vittime, madre e figlia morte tra il 27 e il 28 dicembre scorso.

Un elemento che rafforza in modo netto l’impianto investigativo già delineato nelle settimane precedenti, quando le analisi avevano evidenziato una “non negatività” alla sostanza nei campioni biologici, lasciando intendere la presenza del veleno ma senza una formalizzazione definitiva.

Ora, invece, il dato scientifico si consolida. E con esso cambia il peso dell’inchiesta. La ricina – una delle tossine naturali più potenti, capace di bloccare la sintesi proteica e provocare un collasso progressivo degli organi – diventa sempre più il perno attorno a cui ruota l’intero caso. La Procura di Larino, che procede per duplice omicidio premeditato contro ignoti, dispone finalmente di un riscontro tecnico strutturato, destinato a incidere sia sul piano investigativo sia su quello processuale. Il punto centrale, adesso, è duplice: come sia stata somministrata la sostanza e da dove provenga.

Le indagini, infatti, restano aperte su più fronti. Da un lato, la ricostruzione delle ultime ore di vita delle due donne e dei contatti avuti nei giorni precedenti al Natale; dall’altro, la filiera della sostanza, con verifiche che spaziano dall’eventuale estrazione artigianale dai semi di ricino fino all’ipotesi di un approvvigionamento attraverso circuiti illegali, incluso il dark web. Nel frattempo proseguono le audizioni in questura: familiari, conoscenti, persone informate sui fatti. Un lavoro minuzioso, già arrivato a decine di testimonianze, che punta a colmare le incongruenze emerse e a definire con precisione dinamiche e responsabilità. La relazione del Maugeri rappresenta comunque un punto di non ritorno: non più sospetti, ma una base scientifica su cui costruire l’accusa.

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