Kimi Antonelli e Jannik Sinner, la pallavolo e il nuoto: solo il calcio è rimasto senza campioni italiani

(Adnkronos) - Che il calcio italiano stia attraversando una lunga crisi lo dicono, prima di qualsiasi opinione, i numeri: la Nazionale fuori dai mondiali per tre edizioni consecutive, le squadre di club che non vincono la Champions League dal 2010

A cura di Redazione
07 settembre 2026 18:30
Kimi Antonelli e Jannik Sinner, la pallavolo e il nuoto: solo il calcio è rimasto senza campioni italiani -
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(Adnkronos) - Che il calcio italiano stia attraversando una lunga crisi lo dicono, prima di qualsiasi opinione, i numeri: la Nazionale fuori dai mondiali per tre edizioni consecutive, le squadre di club che non vincono la Champions League dal 2010. Ma c'è un dato, contestuale, che fa interrogare sulle cause e sulle prospettive di questa crisi: i successi degli italiani negli altri sport, da Kimi Antonelli a Jannik Sinner, dominanti in Formula 1 e nel tennis, passando per la pallavolo, il nuoto e l'atletica. La domanda è soprattutto una: perché il calcio italiano perde terreno mentre gli altri sport si affermano nel mondo? E a questa se ne lega un'altra: perché non crescono più campioni italiani nel calcio mentre abbondano negli altri sport? Non c'è una sola risposta ma una serie di cause che concorrono a determinare un trend consolidato.  

Il primo fattore da considerare è di natura economica. Veniamo da anni di mancati investimenti, soprattutto nelle infrastrutture. Stadi vecchi, la maggior parte è stata costruita nel secolo scorso, e nuovi progetti bloccati dalla burocrazia. Minori risorse rispetto agli altri grandi campionati europei: gli incassi, il marketing, i servizi e i diritti televisivi garantiscono incassi molto più bassi rispetto agli altri campionati più competitivi, Premier League, Liga e Bundesliga. In sostanza, la serie A genera ricavi medi per club nettamente inferiori agli altri. Tutto questo si traduce in una minore capacità di attrarre talento ma anche, soprattutto, di crearlo, visti gli investimenti sempre più contenuti nei settori giovanili. Da questo punto di vista c'è una differenza sostanziale tra il calcio e gli altri sport. Le risorse necessarie a diventare un campione nel tennis e nella Formula 1, pure ingenti o ingentissime, sono da ricondurre a investimenti familiari o comunque a una dimensione individuale. E il successo negli altri sport di squadra è molto meno legato all'investimento economico.  

Con meno risorse, servirebbe una maggiore capacita di pianificare a medio-lungo termine. Quello che è stato fatto nel tennis, con le strutture federali e una progettazione dal basso che ha consentito di ricostruire una vera e propria 'scuola' italiana. Il calcio, da questo punto di vista, soffre la sua stessa popolarità. È un sistema che, per la legittima pressione delle tifoserie e gli interessi di dirigenti e procuratori, è strutturalmente orientato al brevissimo periodo. La ricerca del risultato immediato, a qualsiasi livello di competizione, finisce con l'azzerare, o quasi, le capacità di investimento sul futuro. Servirebbero idee innovative, che non ci sono, e il tempo per realizzarle, che manca. 

Nell'analisi della crisi del calcio italiano non può mancare un riferimento al fattore tecnico. Le carenze economiche che limitano gli investimenti nei vivai, insieme all'ansia da risultato, hanno un peso anche sull'identikit del giovane calciatore italiano. L'impoverimento del calcio italiano ha anche un'origine 'culturale'. La crescita nelle scuole calcio e nei settori giovanili delle squadre professionistiche è sempre più orientata alla costruzione di giocatori in serie, con caratteristiche funzionali agli obiettivi immediati. Sempre più attenzione al fisico, molto più facile da costruire, e sempre meno cura del bagaglio di tecnica individuale, che va insegnata e coltivata pur partendo dal talento naturale.  

C'è poi, ragionando della crisi del calcio italiano un altro aspetto da tenere nella giusta considerazione. La società sta cambiando rapidamente, con conseguenze significative sulla dimensione e la qualità del bacino d'utenza potenziale. L'evidenza empirica dice che in Italia si gioca meno a calcio per strada o nei parchi ma questo avviene anche nel resto d'Europa. Pesa chiaramente il fattore demografico, perché diminuisce anno dopo anno il numero dei bambini e, di conseguenza, dei ragazzi. Ma pesa anche il diverso livello di integrazione degli immigrati di seconda generazione. Mentre in Paesi come Francia, Belgio, Olanda e Germania i calciatori di seconda generazione rappresentano una componente fondamentale e integrata nei vivai, e poi anche nelle nazionali, in Italia non è ancora così. Due sono le cause principali. Da una parte, le scuole calcio hanno costi annui elevati, un ostacolo che penalizza in modo particolare le famiglie immigrate a basso reddito. Dall'altra, la carenza di strutture adeguate a livello dilettantistico e le difficoltà burocratiche per il tesseramento frenano lo sviluppo dei talenti. (Di Fabio Insenga) 

 

Fact Check

Prima della pubblicazione, la redazione ha verificato e consultato le fonti elencate di seguito per garantire l'accuratezza delle informazioni riportate.

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Verificato il: 07 settembre 2026

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