Cisl - Steccato di Cutro, tre anni dopo: l’Italia chiamata a chiedere scusa

A Lamezia Terme il ricordo delle 94 vittime rilancia l’appello per corridoi umanitari, accoglienza dignitosa e vie legali d’ingresso per evitare nuove tragedie sulle coste calabresi

A cura di Redazione
25 febbraio 2026 08:33
Cisl - Steccato di Cutro, tre anni dopo: l’Italia chiamata a chiedere scusa - Foto: US Cisl Calabria
Foto: US Cisl Calabria
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In questi giorni si stanno tenendo le commemorazioni per la strage di Steccato di Cutro, a tre anni dal naufragio della Summer Love avvenuto la notte del 26 febbraio 2023 davanti alla spiaggia del litorale crotonese. Una ferita ancora aperta per la Calabria e per l’intero Paese, che costò la vita a 94 persone, tra cui 33 bambini, in fuga da guerre, povertà e persecuzioni.

A Lamezia Terme (CZ), nella giornata del 25 febbraio 2026, associazioni, sindacati, realtà del volontariato e rappresentanti della società civile si sono ritrovati per rinnovare il ricordo delle vittime e rilanciare un appello forte alle istituzioni: trasformare la memoria in impegno concreto per un sistema di accoglienza più umano, dignitoso e soprattutto legale. La commemorazione si inserisce nel più ampio calendario di iniziative promosso in Calabria in occasione dell’anniversario, con carovane, incontri pubblici ed eventi di sensibilizzazione in vista del 26 febbraio.

Il tema della verità e della giustizia resta centrale. I familiari delle vittime, giunti anche dall’estero, continuano a chiedere chiarezza sulle responsabilità di quella notte e risposte che, a tre anni di distanza, appaiono ancora parziali. Il percorso giudiziario va avanti, ma sul piano politico e umanitario la tragedia di Cutro viene indicata come uno spartiacque che non può restare confinato al solo ricordo rituale.

Nel corso degli interventi è emersa con forza l’urgenza di superare una gestione delle migrazioni fondata esclusivamente sull’emergenza. Accogliere – è stato sottolineato – non significa soltanto “far arrivare”, ma garantire condizioni di vita dignitose, percorsi di integrazione reali e tutela dei diritti, evitando che il collasso delle strutture di accoglienza o il fenomeno del caporalato trasformino la speranza in nuova marginalità. Al tempo stesso, è stato ribadito che i flussi devono essere governati con strumenti strutturali, attraverso accordi internazionali con i Paesi di origine, percorsi di formazione prima della partenza e canali di ingresso regolari.

Un richiamo forte è arrivato anche all’attualità. Le recenti emergenze meteo che hanno colpito il Tirreno cosentino, con il rinvenimento di cadaveri lungo le coste, dimostrano come il Mediterraneo continui a essere un cimitero a cielo aperto. Da qui l’adesione all’appello dei Vescovi calabresi per l’apertura di corridoi umanitari, indicati come uno degli strumenti più efficaci per sottrarre uomini, donne e bambini al racket dei trafficanti.

Nel dibattito è stato posto anche il tema dello spopolamento delle aree interne della Calabria, che potrebbe trovare una risposta in politiche di accoglienza strutturata e in percorsi di integrazione capaci di rigenerare territori sempre più svuotati. In questa prospettiva, un ruolo centrale è attribuito ai ricongiungimenti familiari, considerati il canale più sicuro e regolare di ingresso, in grado di garantire stabilità sociale e ridurre drasticamente i viaggi della disperazione.

A fare sintesi di questo approccio è stata richiamata la posizione della CISL Calabria e della CISL Confederazione, che da tempo sollecitano il Governo e l’Unione Europea a superare la logica dei soli “decreti sicurezza”. Centrale, in particolare, il tema dell’inclusione e della riforma della cittadinanza, con l’introduzione dello ius scholae, indicato come uno strumento di civiltà e di lungimiranza per l’integrazione delle seconde generazioni. Fondamentale anche il rafforzamento del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI) e della protezione speciale, per evitare che migliaia di persone finiscano nell’irregolarità e nello sfruttamento.

A tre anni dal naufragio di Steccato di Cutro, la Calabria continua dunque a interrogarsi sul proprio ruolo e sulle responsabilità collettive. La risposta che emerge dalle commemorazioni non è quella della chiusura, ma di una sussidiarietà che unisca legalità, formazione e dignità del lavoro. È lo stesso spirito di solidarietà che, nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, spinse tanti cittadini di Crotone e dell’intero territorio calabrese ad aprire le proprie case e i propri cuori. Un’eredità morale che oggi chiede di essere tradotta in politiche concrete, perché il mare non sia più sinonimo di morte ma di approdo sicuro.

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